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In queste settimane nei palazzi del potere economico e politico, da Roma a Washington, si respira un’aria di grande ottimismo, se non proprio di festa. Dopo il tonfo dell’economia mondiale nel 2020, il più profondo da decenni, è in moto un processo di rilancio della produzione e dei profitti.

Se questo processo sarà duraturo o no, è tutto da vedere. La sola cosa certa è che è fondato su un enorme indebitamento di stato, e che il peso di questo debito verrà quanto prima scaricato sulla classe lavoratrice.

In Italia è in arrivo lo sblocco formale dei licenziamenti deciso dal governo Draghi dopo che ci sono già stati un massacro di posti di lavoro precari pari a 945.000 unità, in grandissima maggioranza donne, e una grandinata di licenziamenti disciplinari e anti-sindacali di avanguardie di lotta o di semplici lavoratori e lavoratrici con la spina dorsale diritta.

Tra l’estate e l’autunno altre centinaia di migliaia di proletari/e verranno gettati in mezzo a una strada. Nel contempo, agitando il ricatto della disoccupazione e della povertà, il padronato sta intensificando lo sfruttamento del lavoro con forme diffuse di vero e proprio schiavismo, perfino di lavoro totalmente gratuito, ai danni in particolare degli immigrati. Uno degli effetti più scontati e drammatici di questo processo è l’aumento dei morti sul lavoro.

Questo massacro sociale ha bisogno del pugno di ferro dentro e fuori i luoghi di lavoro. È quello che stiamo vedendo negli ultimi mesi contro gli scioperi nella logistica e contro le azioni di lotta dei movimenti sociali. Polizia e carabinieri sono ovunque ci sia un focolaio di lotta, affiancati anche da bande di mazzieri privati.

Davanti a quest’offensiva padronale, che viene dopo una gestione della pandemia sciagurata e criminale, le strutture direttive di Cgil, Cisl, Uil si limitano a dichiarazioni verbali di protesta alle quali non segue mai un sola vera iniziativa di contrasto ai padroni e al governo. Anzi quello che continuano a diffondere tra i lavoratori è un sentimento di sfiducia e di passività.

Dal settembre dello scorso anno, invece, l’Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi si è impegnata a chiamare all’azione organizzata contro l’asse padronato-governo con ripetuti scioperi e manifestazioni costituendo un piccolo polo di riferimento per quanti/e intendano resistere. Ma siamo coscienti che per fermare questa nuova brutale aggressione del capitale al lavoro salariato è necessaria la scesa in campo di forze molto più ampie di quelle che siamo riusciti finora a mobilitare.

Per questo lanciamo oggi un appello a tutte le forze del sindacalismo di base, ai tanti/e iscritti ai sindacati confederali, anzitutto alla Cgil, sconcertati e scontenti per la politica di subordinazione ai padroni e al governo, ai tantissimi/e giovani senza sindacato e in formazione, per organizzare insieme un grande sciopero generale capace di scuotere l’intera classe lavoratrice e di opporre a Draghi e ai suoi mandanti un fronte di classe forte dei suoi numeri e delle sue ragioni.

Ciò che ci unisce – il no ai licenziamenti, alla repressione, all’intensificazione dello sfruttamento, al militarismo che incrementa spese belliche e missioni di guerra, al razzismo e alla legislazione speciale contro gli immigrati, alla demagogia del “femminismo” di stato proprio mentre peggiora la condizione della grande massa delle donne lavoratrici, alla farsa della “transizione ecologica” – è assai più decisivo di ciò che ci divide.

Mettiamoci perciò al lavoro per preparare insieme una grande risposta di lotta alla Confindustria e al “governo dei migliori” servitori del capitalismo, e lanciare un segnale anche ai proletari degli altri paesi, come hanno fatto le masse oppresse della Palestina e il movimento del Black Lives Matter.

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